Quattro anni
Novembre del 2005, più o meno di questi tempi, mi trovo annoiata e invidiosa nell’aula magna della mia università ad assistere alla seduta di laurea di una compagna di qualche corso.
Attraverso un periodo di moderata negatività – sarebbe facile scrivere “depressione” – uno di quei periodi in cui nulla funziona a dovere, nulla importa, nessuno mi vuole bene, tutti sono brutti e molti pure cattivi. Esco da una storia importante (ahhh! ah! ah!), non riesco a dare esami, in famiglia ci si odia più del solito e forse ho le doppie punte. Faccio sesso, molto, e subito mi pento d’averlo fatto, come un coccodrillo trombante.
Così, mi trovo in facoltà ad ascoltare la tesi di questa ragazza e sono annoiata e invidiosa.
Per l’invidia, c’è poco da fare: grazie al trasferimento da Roma a Milano e a una significativa dose di fankazzismo ho perso un certo numero di semestri e amen.
Alla noia posso tentare di trovare rimedio cercando tra la folla qualcuno con un indice di scopabilità almeno sufficiente. Terza fila: no, no, nonononono, no. Seconda fila: ragazza coi capelli corti e maglioncino a rombi (peccato sia aggrappata come una cozza al braccio di uno che pare il gemello di DjFrancesco), poi no no e no, ragazzo coi capelli castano chiari forse (ma forse è un po’ troppo basso. da seduto, almeno), altri no. Prima fila: serie di no, direi, non fosse altro perché credo siano i laureandi e hanno tutti la faccia verde dall’ansia. La cattedra è occupata da una riga di vegliardi panzuti e da una sola donna, che assomiglia alla strega Nocciola da vecchia (molto più vecchia. non che io nutra un particolare livore nei suoi confronti, anche se m’ha segata due volte). Ai lati, in piedi, ricercatori, dottorandi e altri schiavi. Niente da rilevare eccetto un tipo che mi sta fissando. E sorride.
E a me non piace che uno sconosciuto mi fissi come se stesse decidendo il mio indice di scopabilità e sorrida come se sapesse che sto decidendo il suo.
Comunque non più di cinque. Ha la barba troppo lunga, i capelli troppo corti, è vestito da sfigato e in più continua a fissarmi. Cinque e mezzo.
La dissertazione è terminata, applausi, baci, abbracci, posso finalmente alzarmi e avviarmi verso l’uscita. Supero la cattedra e volto di scatto la testa, astuta veloce e rossa come una volpe. Sorride. Ride, più che altro, apertamente ormai. Comunque non ha smesso di fissarmi, il voto sale. Tiro una gomitata a Stefano.
- Mi sta guardando il culo?
- Chi?
- Coso.
- Coso chi?
- L’assistente, lì. Quello vestito da sfigato.
- Chi?
Vabbè.
- Il terzo da sinistra, alto, barba, capelli neri, voglia a forma di carciofo sulla palla destra, ohé, hai capito chi o cosa?
- Oh. Sì. Quello che ride.
-_-’
- Eh.
- No, non ti sta guardando il culo.
Ok, torna a cinque e mezzo.
Anzi cinque.
Quattro.
Tre.
Meno due miliardi.
Ma chi kazzo si crede di essere?
Mi fissa, sorride, non mi guarda il culo, sorride, sorride, in effetti ha un bellissimo sorriso, un sacco di denti, la bocca è grande, le labbra piene, sorridono anche gli occhi, accenna un saluto, ho un brivido, rispondo all’accenno, nove.
Dieci, se scopro come si chiama nei prossimi cinque minuti.
Lode, solo se dotato oltre la media.
Novembre 2009, non vedo Leonardo da parecchi giorni: le mie trasferte si sono combinate diabolicamente con le sue conferenze di modo che per ben due volte lui si è trovato fuori Milano esattamente nei giorni in cui rientravo in Italia (no, non l’ha fatto apposta. cattivi).
Mi ha dato appuntamento per pranzo, sono le 12:20 e io sto svolazzando felice in università.
La felicità scompare quando svolto nel corridoio del dipartimento di Leo.
O_o
Ci sono mille persone, mille milioni di persone in fila, almeno quindici studenti accampati nei pressi del suo studio. Scavalco con grazia corpi, zaini, appunti e libri, tentando di raggiungere la porta, ma vengo apostrofata malamente da un tipo grande, grosso e con una camicia di flanella. Brrr.
- Oh, bellina, dove credi di andare?
Hmsssffhhhgrmmpphhh.
Bellina.
- C’è la fila, non la vedi? Siamo tutti qui per la correzione del compito, tutti in fila, la vedi la fila?
Ecco, sì, la vedo, in effetti sarebbe difficile non vederla, ma.
- Ma un kazzo.
Un kazzo di cortesia, eh? Per sbaglio, tipo.
- Io non sono qui per il compito.
Non quel compito. Potrei essere qui per altri compiti, ma la verità è che abbiamo smesso di giocare a “professore e studentessa”. Non è poi così divertente, quando lui è veramente un professore e comunque vorrei ricordarvi che mi sono laureata.
- A me non me ne importa un kazzo del perché sei qui, c’è la fila e fai la fila.
Faccio la fila.
Potrei telefonare a Leonardo e avvisarlo della mia presenza (se non avessi dimenticato il cellulare in macchina) oppure urlare fortissimo o far scattare l’allarme antincendio. O fare la fila.
12: 45, la porta si apre, esce uno studente, un altro entra, la porta si chiude.
Kavolo. :/
Poi si riapre, intravedo Leonardo e cerco di attirare la sua attenzione. Saltellando. ^_^’
Il tipo simpatico si sente in dovere di intervenire.
- È inutile che ci provi, tu di qui non ti muovi.
Ok, sto ferma.
Tanto si muove Leonardo: mi ha vista e mi sta venendo incontro.
- Bambolina…
:D
Mi bacia, mi stringe forte.
Domanda se sono arrivata da tanto, e perché non gli ho fatto sapere di essere lì. Lancio uno sguardo al tipo in flanella e dico d’aver scordato il cellulare in macchina.
Scuote la testa (ok, IO l’ho scordato, TE però c’hai gli studenti stronzi), sorride, mi sfiora la fronte con un bacio, poi si rivolge alla folla e annuncia l’intenzione di fare una breve pausa per il pranzo, quindi rientra nello studio per parlare coll’ultimo entrato.
Attendo.
Flanella tace i primi dieci minuti, poi borbotta un: “Sei la sua tipa?”.
Ecco, “tipa” no, non direi.
- E io ke kazzo ne sapevo. Potevi dirlo che dovevi solo dirgli che c’eri.
O altri tempi verbali parimenti confusi.
Non importa.
Leo ha terminato, abbiamo venti preziosi minuti tutti per noi e li spenderemo lussuriosamente al bar consumando due panini, una birra, una cola e due caffè.
Si cresce, le cose cambiano, sono finiti i tempi in cui facevamo sesso in università.
Ah, Leo, sei al corrente del fatto che “Mi ha inculato” è un’espressione che ricorre con frequenza inquietante, tra chi frequenta il tuo corso?
- Sì. Sei invidiosa dei miei studenti?
No.
Come ho avuto modo di sottolineare in precedenza, sono felicemente laureata e non tornerei indietro per nessun motivo. A meno che tu non abbia intenzione di farmi veramente male, ovviamente.
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